Si parla ancora della tassa dei 500 milioni del 2015

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Sembra impossibile che ancora oggi a cinque anni di distanza, e tempistica che per quanto riguarda il mondo del gioco, ed anche il mondo dei casino online italiani, è lunghissima in relazione alla velocità con la quale si “viaggia” nel settore ludico, si parli della famigerata tassa dei 500 milioni di euro imposta dal Governo ai concessionari del “suo” gioco pubblico. Eppure è effettivamente così: in questi giorni si è riaperto il “cassettino dei ricordi” (per usare termini gentili e molto soft) e ci si ritrova a fare i conti con quei lontani avvenimenti che hanno fatto, e stanno facendo ancora, discutere. A quel tempo, i protagonisti del gioco non sono stati affatto felici di vedersi appioppare tale tassa, si sono difesi allo stremo, sino a quando si è arrivati alla decisione che quell’importo non doveva essere versato soltanto dai concessionari, ma anche suddiviso con altri protagonisti della filiera del gioco, ognuno in parti diverse, con l’impegno da parte dei concessionari di comunicare a chi di dovere (ovviamente l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli) chi non volesse onorare il proprio impegno con lo Stato. Eccoci, di conseguenza, a raccontare cosa sta succedendo in relazione a tali pagamenti e se vi sono ancora tanti “debitori” che devono saldare il proprio cosiddetto debito.

Si apre, in questo modo, un ulteriore capitolo di “pessimi rapporti” tra operatori del gioco ed istituzioni: tanto per non perdere l’abitudine e per mantenere sempre questi rapporti tesi come corde di violino. Come se non bastassero i rapporti che intercorrono da un paio d’anni a questa parte tra il gioco, le Regioni, gli Enti Locali ed i vari Esecutivi che si sono alternati: prima Giallo-Verde ed ora Giallo-Rosso, che non brillano senza dubbio nell’avere rapporti idilliaci con tutta l’industria del gioco, le sue imprese ed i suoi addetti ai lavori. Per tornare, poi, alla famigerata tassa dei 500 milioni di euro, bisogna constatare che l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha dovuto effettuare un paio di sollecitazioni ufficiali dirette ai concessionari per avere il quadro completo di coloro che risultano, attualmente, ancora inadempienti per il “contributo di Stabilità”. Come detto, infatti, quel prelievo “indubbiamente straordinario” (e c’è chi dice proprio non dovuto) è stato imposto soltanto al comparto degli apparecchi da intrattenimento e suddivisa tra i diversi attori del comparto, dal concessionario al gestore, purtroppo era stato oggetto di discussioni infinite sia per la suddivisione ma, sopratutto per la “legittimità” di tale tassa.

Quest’ultima, in effetti, aveva procurato una serie infinita di interpretazioni con il conseguente ricorso ai vari Tar che si sono visti “inondare” da un mare di richieste per avere una interpretazione esatta ed una pronuncia corretta su tale argomento. L’ultimo ricorso presentato al TAR del Lazio, nello scorso mese di novembre 2019, aveva ottenuto la pronuncia di quei Giudici che hanno legittimato, ancora, la richiesta della tassa rispetto alla violazione dei principi di costituzionalità invocati dagli operatori “costretti” a corrispondere importi abbastanza elevati. Oggi, come detto, a distanza di cinque anni dalla Legge di Stabilità 2015, risultano ancora quattromila i soggetti segnalati dai concessionari che non hanno ottemperato a questo obbligo: ciò rappresenta per lo Stato un importo da incassare che si avvicina a quasi 150 milioni di euro di fronte ai 500 totali richiesti dal Legislatore. La lista definitiva di questi “debitori dello Stato” oggi in possesso di ADM verrà inviata alla Procura della Repubblica ed alla Corte dei Conti dove si controllerà ulteriormente questo enorme “buco” del Governo che si deve per lo più considerare dovuto al contenzioso che l’interpretazione di questa norma ha suscitato.

Ma il giudizio definitivo, e la conferma della legittimità della legge cui si faceva riferimento per questa benedetta tassa di 500 milioni, è avvenuto nel 2018 ed imponeva il versamento di quanto dovuto, non lasciando ovviamente aperta alcuna scappatoia. Ma la “storia che si sta raccontando” non finisce con questa pronuncia del TAR del Lazio: purtroppo, infatti, dopo l’ultima pronuncia sono stati presentati ancora altri ricorsi in appello da parte di taluni soggetti interessati da questa diatriba. Ancora, ad oggi, qualcuno non si è arreso, poiché ritiene di non dover versare questi importi e quindi si continua a stare di fronte ai Giudici per arrivare ad un verdetto veramente definitivo che dipani questa matassa, abbastanza ingarbugliata. E non solo: infatti, sarebbe presente anche un ricorso non presentato dal solito gestore che si oppone alla suddivisione fatta in un certo modo, ma atto presentato addirittura da uno dei concessionari. Cosa che, inevitabilmente significa che per arrivare al termine di questo lunghissimo excursus bisognerà attendere i prossimi mesi quando vi sarà la pronuncia definitiva del Consiglio di Stato.

Anche per il gioco pubblico, quindi, e ci si meraviglierebbe del contrario, la lentezza della giustizia Amministrativa fa la parte del leone: ed appare abbastanza strano poiché, solitamente, quando si tratta di argomento che attiene il mondo del gioco d’azzardo, non si comprende bene il perché le cose vengono fatte velocemente. Forse perché si sa che il gioco pubblico, in ogni caso, paga sempre e quasi senza discutere anche se qui con questa famigerata tassa dei 500 milioni gli importi, seppur suddivisi, sono abbastanza rilevanti e le discussioni infinite. E non solo: in questi cinque anni di lungaggini amministrativo-giuridiche gli incassi del gioco sono notevolmente diminuiti, mentre le spese per continuare ad operare nel business del gioco sono continuamente aumentate, ed in modo veramente sproporzionato ed ingiusto, ed il settore ludico è stato costretto a variare più volte il proprio parco macchine con un impegno economico da non sottovalutare. E questo, purtroppo, è un dato di fatto inequivocabile: oltre, naturalmente a quello che il gioco è stato vessato con norme così restrittive che hanno costretto tantissime imprese a chiudere i battenti. Ma di questo, inevitabilmente, la Giustizia non può tenere conto.

Pubblicato il: 25 Marzo 2020 alle 10:00

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