Per By-Passare il divieto alla pubblicità non bastava l’autoregolamentazione?

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C’è un vecchio adagio che recita: “Chiudere la stalla quando i buoi sono scappati”: chi ci legge sa quanto “ci piace”, ogni tanto, citarne uno e questo proverbio sembra proprio si possa riferire ad una eventuale “autoregolamentazione” (della pubblicità) che l’industria del gioco avrebbe potuto mettere sul piatto prima dell’emanazione del divieto della pubblicità contenuto nel Decreto Dignità. In ogni caso, effettivamente era da un po’ di tempo che il settore stava “lavorando in proprio” per arrivare a gestire meglio l’impatto pubblicitario dei giochi e dei migliori casino italiani online sull’opinione pubblica: impatto che, nei pressi del provvedimento, era divenuto troppo presente, troppo assillante ed accattivante ma che, sopratutto, arrivava persino sugli strumenti tecnologici in possesso dei giovani che, così, venivano bombardati senza sosta se non addirittura coinvolti in percorsi a volte “sbagliati”. Ma, forse, l’industria del gioco ha sbagliato i tempi di intervento, poiché già l’anno scorso la situazione pubblicitaria che sponsorizzava nuove piattaforme, nuove apparecchiare, casinò online, bonus e quant’altro, era divenuta davvero insostenibile.

Cosa, questa che probabilmente ha portato l’Esecutivo di allora a pronunciarsi in modo così tempestivo, “violento e totalitario”. Di conseguenza, in quel momento, sicuramente Di Maio non ci ha pensato due volte e non ha neppure preso in considerazione che qualcosa da parte della stessa industria del gioco si stava facendo per mettere ufficiosamente una sorta di “perimetro” per la pubblicità in modo che non potesse, sopratutto, andare a toccare i più giovani ed i più sensibili, oltre che i più “pratici” nel tradurre i vari messaggi subliminali che tante volte venivano messi in campo. Non ci si può dimenticare, però, e questo viene confortato anche da dati realistici, che durante la scorsa Coppa del Mondo di calcio, il 60% della pubblicità trasmessa durante le partite riguardava le scommesse e questo era veramente diventato troppo assillante e quasi insopportabile. Proprio per questa esperienza, ma anche per altri avvenimenti altrettanto pesanti, l’industria del gioco si stava impegnando per trovare una forma di autoregolamentazione che consentisse di evitare proprio questi eccessi pubblicitari e di evitare che con facilità questi messaggi arrivassero ai giovani, insieme alle novità dei prodotti di gioco di diversa natura.

Certo, l’industria del gioco ha aspettato troppo anche se la sua intenzione indubbiamente era proprio quella di evitare che intervenisse direttamente il Legislatore con provvedimenti “drastici”: così, però, è stato ed il progetto di autoregolamentazione “è rimasto in gola” alla filiera che si trova, oggi, costretta a pagarne le conseguenze. L’intervento “personale dei giochi” sicuramente avrebbe salvato l’intero settore dalla “mannaia” del divieto totale: e non solo, avrebbe, senza ombra di dubbio, anche accresciuto il concetto di responsabilità e di consapevolezza nei confronti dell’opinione pubblica e dei giocatori. Ma, siccome “del senno di poi… son piene le fosse” il mondo del gioco si trova a confrontarsi con un provvedimento che aveva cercato di evitare, ma che ha tentennato troppo nel mettere in pratica! Anche in Spagna sono nate “sensibilità pubblicitarie” simili a quelle che flagellano il nostro Paese: solo che anche su quel territorio è stata coinvolta la politica ed anche in quel Paese si sta “lavorando per l’autoregolamentazione” che rappresenta proprio il minore dei mali.

Anche se una parte della mente di chi scrive spera sempre che si possa fare un passo indietro per quanto concerne il divieto totale, la parte più razionale suggerisce purtroppo che l’art.9 del Decreto Dignità è quasi attivo da un anno, seppur il “raccolto” effettivo del divieto stia avvenendo dallo scorso mese di luglio. Questo, considerando il periodo di transizione dei contratti pubblicitari in essere e che “per gentile concessione dell’Esecutivo Giallo-Verde” era stato fatto trascorrere nonché unica cosa positiva per il gioco pubblico che aveva così in parte portato a termine le partnership che erano in corso. Ma, dopo tutto questo caos, è ovvio che ci si domandi per quale motivo si sia mai tentennato così ad oltranza per l’acquisizione di una forma di autoregolamentazione, come stanno fra l’altro facendo altri Paesi ”più avanzati del nostro” nei rapporti tra istituzioni e gioco d’azzardo. Nel nostro Paese le cose stanno così, purtroppo, ed i nostri operatori del gioco oggi si possono solo “mangiare le mani” ed auto-flagellarsi per non aver avuto velocità di pensiero e di azione e di non essere arrivati a formule diverse e senz’altro più redditizie per il gioco.

E nel frattempo che il gioco rimugina sull’autoregolamentazione che non ha provveduto a fare, ci si gode il silenzio pubblicitario che, inevitabilmente, è assordante per tutte le conseguenze che sta provocando a livello di pagamento di penali per chiudere i contratti esistenti e che non sono terminati nel periodo di transizione, per la poca concorrenza che l’industria italiana del gioco può avere sul mercato e per quanta destabilizzazione a livello internazionale può provocare un divieto totale simile nei confronti degli altri Regolatori. Sicuramente, il mercato italiano ed il suo divieto sono sulla “bocca di tutti” e continueranno pure ad esserlo per un bel po’ di tempo, ne siamo certi: ma, evidentemente, si preferiva essere discussi sotto altri punti di vista piuttosto che su questo che comporta delle derive veramente importanti a livello economico e finanziario.

Non vi è dubbio che il discorso dell’autoregolamentazione rimanga sempre lì a sgridare il “fare” dell’industria del gioco che non è stata capace di rinunciare a “qualcosa” per essere invece costretta a rinunciare a tutto. E qui non si può sicuramente dare la colpa a nessun altro che non sia lo stesso settore del gioco, al suo completo. Intanto, però, bisogna correre ai ripari: e quasi tutte le società sportive per rientrare dei mancati introiti provenienti dal betting stanno andando ad intrattenere rapporti con bookmaker per i mercati esteri, cercando di compattare i propri bilanci in qualche modo. Mentre si deve prendere atto, purtroppo, che le società di gioco stanno ovviamente spostando i loro investimenti dal nostro Paese in altri più aperti, o meglio regolamentati, oppure autoregolamentati: ma territori che in ogni caso con il mercato del gioco d’azzardo vogliono continuare a guadagnare… mentre noi stiamo a guardare, in silenzio!

Pubblicato il: 11 Ottobre 2019 alle 10:00

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