La salute viene prima del gioco d’azzardo italiano

salute prima del gioco azzardo

Per non parlare sempre del Coronavirus e delle imposizioni che la sua deprecabile presenza richiede per tutelare la salute dei cittadini, in queste righe si vuole parlare sempre della salute, ma in senso generale e non facendo riferimento alla pandemìa. Quella salute che, per intenderci, secondo alcuni verrebbe messa a rischio dal gioco pubblico, compresi i siti italiani legali di casino, sull’italico territorio e dall’accensione delle apparecchiature da intrattenimento per troppe ore giornaliere: cosa che porterebbe i giocatori frequentemente ad “azzardare” il proprio danaro con partite pressoché illimitate, mettendosi quindi a rischio di incorrere nel gioco problematico e compulsivo. Cosa che neppure lo stesso gioco vuole. Proprio per questo motivo, si vuole riflettere sulla sentenza emessa dal Consiglio di Stato nei confronti di un concessionario di gioco di Roma che riteneva iniqua e contro le norme che regolamentano il settore dei giochi, un’ordinanza romana che andava a diminuire gli orari di accensione degli apparecchi da 19 ore a 7 ore giornaliere generando così, senza ombra di dubbio, un notevole danno economico per l’impresa dallo stesso gestita.

Ma si deve sottolineare che lo stesso CdS ha anteposto agli interessi seppur importanti del concessionario di gioco, quelli della salute dei cittadini che con la presenza di apparecchiature per così lungo tempo possono incorrere nella “continua voglia di giocare” con queste ultime. Cosa che andrebbe a ledere la salute dei giocatori ed incorrere questi ultimi verso il disturbo da gioco d’azzardo, devianza nei confronti della quale necessita essere “accompagnati”, quando le cose si palesano più complicate, dall’assistenza sanitaria. Quindi, ecco spiegato probabilmente il motivo per il quale il CdS ha ritenuto di far passare in secondo piano gli interessi economici dell’imprenditore di gioco a favore della salute dei cittadini. Ma per fare un po’ d’ordine bisogna anche sottolineare che l’Amministrazione di Roma nell’emettere la sua ordinanza di “riduzione” delle ore di accensione degli apparecchi si è riferita all’accordo intervenuto in Conferenza Unificata tra Stato, Regioni ed Enti Locali del 2017.

Nell’intesa, infatti, si suggeriva che l’accensione degli apparecchi di gioco dovesse essere di sette ore giornaliere, e non meno, anche se tale restrizione dell’orario anche allora suscitò un certo malcontento negli operatori che lo ritenevano troppo esiguo. Ma il CdS con la sua pronuncia ha confermato la bontà del regolamento e dell’ordinanza del Comune di Roma che comunque senz’altro limitano le attività economiche degli imprenditori del settore ludico, riducendone la raccolta di un buon 30%. Quindi, anteponendo a questo la tutela della salute della cittadinanza che riveste un peso ed un interesse così importante e vitale da non poter essere messo in discussione dai minori guadagni degli imprenditori di questo settore. Oltre tutto, tali attività di gioco d’azzardo legale, come sottolinea il CdS, continuano a crescere in modo esponenziale, cosa purtroppo che denota la gravità del fenomeno del gioco d’azzardo e la sua decisa “presa di possesso” nella vita di tante persone che ne vengono coinvolte.

Ed oltre tutto si continua a ribadire dal CdS l’apertura di otto ore giornaliere ed il funzionamento degli apparecchi di gioco per tale tempistica (8 ore e non quella originaria di 19 ore) non “mette certamente a repentaglio” l’attività ludica del concessionario. E non solo, con tale pronuncia il CdS annulla le motivazioni del ricorso oltre che per i limiti orari imposti dal Comune di Roma, anche per l’asserita incompletezza dell’istruttoria condotta dallo stesso Comune, e filo conduttore dell’ordinanza oraria, nonché per l’illegittimità della sanzione in caso di recidiva sulla mancata osservanza da parte del concessionario di quanto ordinato. Oltre tutto, precisamente per questo ultimo motivo si ritiene appropriato che, oltre ad una sanzione pecuniaria, si debba applicare anche una misura di chiusura dell’attività e di funzionamento degli apparecchi di gioco, andando a sospenderla per un tempo “ragionevole”. Tempistica che vada a tutelare, così, gli interessi della collettività e che vada ad accompagnare una sanzione meramente economica.

Il periodo di sospensione dell’attività è da considerarsi in un massimo di cinque giorni che il CdS ritiene idonea ed equa a garantire una reale deterrenza che, insieme all’applicazione della sanzione amministrativa, possa rispettare l’interesse della cittadinanza e la tutela della salute di quest’ultima, ma che rispetti contemporaneamente la libertà di impresa. Che dire: emerge una chiara, limpida ed alta, anzi altissima, considerazione della salute, com’è giusto che sia, a discapito di un’attività commerciale ludica che non può arricchirsi a danno esclusivo della cittadinanza e della sua salute. Ed a chiusura della sua pronuncia, il CdS deve anche considerare infondato il motivo per cui le slot machine spente potrebbero comportare manomissioni, truffe o danni a carico del concessionario: sarebbe indispensabile ed utile che lo stesso operatore controllasse i suoi apparecchi, seppur non accesi e non funzionanti.

Si potrebbe pensare, anche se non sarà così, che il Comune di Roma si è fatto “forte” di una tale pronuncia del CdS così negativa nei confronti di un concessionario di gioco: pronuncia che rispecchia, fuori ogni dubbio, la tutela del bene della salute ed indica quanto ciò prevalga sugli interessi economici del gioco. Questa esperienza potrebbe essere usata a sostegno della prolungata chiusura del gioco pubblico a seguito della pandemìa. Se non sono intervenute in queste ore modifiche da parte dell’Amministrazione romana, infatti, le aziende che trattano il mondo dei giochi nella Regione Lazio sono ermeticamente chiuse ancora per qualche giorno. Le attività di gioco nella Regione Lazio, quindi, sono e rimangono chiuse sino ai primi di luglio, se la scadenza non scivolerà ancora in avanti, nonostante le associazioni di categoria continuino a lamentarsi per questa sorta di “sopruso” nei confronti del settore. Le imprese sono estremamente preoccupate per i propri dipendenti e ciò sta mettendo in subbuglio il mercato diretto del gioco, ma anche quello che vi gravita attorno che non è poco e consta di tanti lavoratori. Ma la salute è più che tutelata e se da un lato questo va benissimo dall’altro, da quello economico, c’è qualche riserva.

Pubblicato il: 12 Luglio 2020 alle 10:00

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