Il gioco continua a sperare in tempi migliori

gioco spera in tempi migliori

Si continua a parlare del divieto della pubblicità ai giochi ed alle scommesse sottolineando che l’italico gioco d’azzardo si sente particolarmente danneggiato rispetto agli altri mercati, più liberi, forse anche più diffusi, ma sicuramente meglio regolamentati del nostro. E non si vorrebbe mai che questo fosse “tradotto” come un piangersi addosso, poiché questo non è sicuramente ciò che si vuole far passare all’opinione pubblica. Quello che si vuole evidenziare, invece, con i vari interventi e con le diverse considerazioni è che il nostro Paese si è dimostrato forse troppo totalitario e proibizionistico nei confronti del gioco pubblico che meritava, almeno secondo chi scrive, una contrapposizione per vedere l’industria del gioco cosa ne poteva pensare e che risvolti pratici il provvedimento di divieto poteva riservare agli operatori. Parole che fanno ancor di più sentire quanto il vecchio Esecutivo non abbia mai tenuto in considerazione il “suo” gioco pubblico ed abbia legiferato solo con il proprio punto di vista, gestito però con troppa animosità nei confronti della filiera del gioco.

Oggi, inutile negarlo, il problema della “troppa pubblicità” al gioco viene toccato anche da altri Paesi, persino da quelli come il Regno Unito, che si trova però a gestire un settore meglio “sentito dalla opinione pubblica”, più rispettato e meglio regolamentato ed, anche, più coinvolto nel sociale. Forse, “la pulce nell’orecchio” ai vari Regolatori, rispetto agli innumerevoli spot pubblicitari, è stata messa proprio dal nostro vecchio Esecutivo che si è fatto, allora, paladino della tutela dei giocatori, intervenendo per come riteneva meglio di fare, in senso assolutamente totalitario. Ci si deve, quindi, preparare a questa presa di coscienza globale che farà intervenire i Regolatori per far arrivare in modo corretto la pubblicità agli occhi ed alle orecchie delle persone “giuste”, quindi non ai minori che in realtà sono quelli più bersagliati di chiunque altro con promozioni, bonus ed ingressi di nuove piattaforme sul mercato che arrivano sui loro strumenti tecnologici, sempre in rete.

Alla chiusura dell’evento Betting on Sports di Londra, si è percepita la certezza che il palcoscenico dove si esibisce la pubblicità al gioco, ed anche hai siti italiani di casino online, è indubbiamente immenso e, sopratutto, simile a moltissimi Paesi: ma anche che la nostra Penisola sembra assolutamente “toccata” da un divieto totale simile: di più e di peggio, sicuramente, non si poteva fare. Ma la conseguenza che si sta abbattendo sull’industria del gioco (in generale) è devastante e poco importa se ora si sveglino tutti gli altri Paesi, come peraltro sperava il leader penta-stellato DiMaio, il danno al nostro gioco pubblico è stato fatto. Ma sarà veramente troppo tardi per tornare indietro o per rivedere il provvedimento di totale divieto? Ci hanno insegnato che “Non è mai troppo tardi” e quindi, questo risulta essere l’ultimo pensiero che attraversa le menti degli operatori che sono alla finestra per vedere cosa potrà mai accadere.

La nuova sensibilità globale nei confronti della pubblicità al gioco è inoppugnabile, finanche in mercati con realtà ludiche forse più antiche della nostra e questo ci fa sentire “meno peggio”, come si suol dire… ma non è abbastanza per far scorgere un futuro decente per l’intera italica filiera con i “chiari di luna” che contornano quel provvedimento. Anche se in Betting on Sports è emerso che il nostro mercato è sempre interessante, e ritenuto uno dei più accattivanti a livello internazionale, ci duole pensare che il nostro Decreto Dignità, per quanto riguarda il gioco, faccia apparire il nostro Paese un esempio negativo: infatti, il Legislatore ha introdotto un divieto totale in barba a tutte le altre leggi vigenti sia in materia di pubblicità, che di concorrenza, che in barba persino al diritto europeo. E non solo: il divieto di pubblicità non è stato neppure ben valutato nella sua applicabilità tanto che ancora oggi sta dividendo chi dovrebbe interpretarne le norme.

E ciò senza ribadire, ancora una volta, quello che è stato dichiarato molto apertamente da Agcom circa la quasi inapplicabilità del divieto. Ma se ci si vuole allontanare da questo “sentirsi male” nei confronti degli altri Paesi, bisogna anche avere il coraggio di pensare che questo divieto porterà il nostro gioco, che ha guadagnato un buon nome attraverso la costituzione di un sistema che tutti ritenevano molto ben regolamentato e studiato anche a livello internazionale, veramente ai minimi storici. Anche se quel che è emerso dal Betting on Sports ha testimoniato che esiste ancora interesse nei confronti del nostro gioco, e special modo di quello online. E se fosse tardi per riuscire a mantenere le aspettative che gli altri Stati ci riconoscono a parole? Se non si riuscisse a fare in modo che l’italico mercato non collassi? Ci piacerebbe ripetere ancora che “Non è mai troppo tardi”: ma sarà così? Non si può evitare di avere questa incertezza, perché è stato troppo forte l’impatto che tale divieto sta riversando sulle nostre imprese di gioco e sui suoi operatori.

Indubbiamente, a livello globale il problema della pubblicità è sentito da tutti i Paesi, tutti hanno un’industria del gioco che produce risorse, ma che è anche piena di troppa pubblicità: in altri Stati si decide magari di “abbassare i toni (pubblicitari)”, ma nessuno pensa di eliminarla. In Italia si è pensato diversamente, forse per accontentare anche un malcontento dell’opinione pubblica che si lamentava del bombardamento pubblicitario che ha, oltre tutto, caratterizzato tanti eventi sportivi cui si assiste in TV: forse, il vecchio Esecutivo ha voluto accontentare i suoi cittadini “togliendo totalmente il problema”. Questo malcontento esiste anche nel Regno Unito dove, però, invece che eliminare totalmente la pubblicità si è provveduto ad elevare gli standard richiesti ai propri operatori ed ai media e si sta ottenendo una pubblicità “più soft”, ma almeno non si sta vedendo un mondo del gioco inglese completamente in ginocchio. Il nostro “fare”, invece, è stato diverso: proibizionistico e totalitario. Ma si ribadisce che forse “non è mai troppo tardi” per fare un passo indietro: si è nelle mani del nuovo Esecutivo e del “suo fare”, sperando che questo basti a salvare il nostro gioco.

Pubblicato il: 17 Ottobre 2019 alle 10:00

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