Divieto della pubblicità ai giochi depotenziato da AGCOM

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Non si comprende se essere contenti di questo caos che sta provocando il divieto della pubblicità nel mondo dei giochi, oppure essere seriamente preoccupati. Ma quello che succederà nei prossimi mesi sarà l’instaurazione di tanti ricorsi ai vari TAR da nord a sud della nostra Penisola, a seguito di eventuali sanzioni che verranno comminate alle imprese che trattano il gioco pubblico, ed anche i siti di casino legali, e che non si adegueranno al divieto. Tutti sul piede di guerra ed è un parere generale che Agcom, Autorità garante nelle comunicazioni, con le sue Linee Guida lo abbia ridimensionato e, forse, anche depotenziato e disatteso. Probabilmente, tutto ciò “incattiverà” l’attuale Esecutivo che magari prenderà ulteriori iniziative nei confronti del settore ludico che non adora assolutamente: iniziative con le quali sta cercando di rendergli la vita pressoché impossibile. Ma quello che le Linee Guida di Agcom hanno suscitato, purtroppo, è una confusione ulteriore nei confronti del divieto che farà parte di quei provvedimenti che frequentemente dovranno ricorrere al parere dei Giudici per la loro interpretazione.

Quello che è incontrovertibile è che il mondo dei giochi, onestamente, non aveva bisogno di un divieto di pubblicità così restrittivo: aveva necessità che nascessero regole per gli spot promozionali, ma di un divieto totale assolutamente no. E questo poiché da questo provvedimento nasceranno solo problemi e non certezza e trasparenza: in più, il parere di Agcom ha lasciato intravedere tante scappatoie per un’interpretazione “alternativa”. Il divieto è un enorme insieme di frasi e di dati che risultano ingarbugliati e con tutta la buona volontà di Agcom non si è riusciti a “dipanare la matassa”: il gomitolo è ancora ricolmo di nodi che stanno “arrivando al pettine” e che metteranno ancora più pressione ad un’industria del gioco che, invece, avrebbe necessità di tutt’altra cosa. Oltretutto, delle Linee Guida di Agcom il Governo, ed in modo particolare il M5S, non è soddisfatto poiché ritiene che tali linee siano a favore delle Lobby dell’azzardo proprio perché ne stravolgono lo spirito ed il senso.

L’unica cosa che risulta chiara è il divieto delle specifiche forme di comunicazione a pagamento per promuovere il gioco d’azzardo. Ma le stesse sponsorizzazioni, che sono in pratica proibite, “rinascono” nelle forme più varie relative ai servizi: per esempio, in quelle forme che fanno riferimento a giochi particolari all’interno dei programmi di intrattenimento come la pubblicizzazione del montepremi del SuperEnalotto. 193,5 milioni che vengono sottolineati in tutti i tabaccai, sulle riviste del comparto, a lato di alcuni quotidiani, quindi… é proprio l’ammontare che si pubblicizza da sé, come attrazione per i giocatori, e li spinge ulteriormente ad “investimenti” nella speranza di ottenere una vincita che “potrebbe cambiare la vita” al fortunato prescelto. In questo preciso caso, con il gioco d’azzardo forse si specula proprio sulla speranza di una vincita gigantesca in una prospettiva seppur lontanissima (in quanto a percentuale matematica) di arrivare alla combinazione vincente.

Insomma, è umano che nell’accettare la notizia che vi sono in “ballo un mare di quattrini” vi sia inconsciamente una spinta che ci convoglia ad azzardare con una puntata. Ma questo, da che mondo e mondo fa parte del “fare” dell’uomo, della sua ricerca di una vincita che sistemi la vita: e questo se il gioco viene vissuto certamente con un “azzardo”, ma che deve essere circoscritto nell’ambito di qualche euro. E ciò dovrebbe rientrare nella cultura del gioco e nel considerarlo un sano intrattenimento, seppur contornato da quella adrenalina che si scatena al momento delle estrazioni, come nel caso del SuperEnalotto di cui si sta parlando. Si è certi che, in fondo, “il pubblico” si renda conto della pur remota possibilità di una simile vincita: ma un vincitore ci dovrà essere e, solitamente, è un vincitore inaspettato che magari ha giocato per la prima volta un paio di euro. E questo dovrebbe essere: gioco, puro intrattenimento e divertimento. Se non si vuole ciò, e si vuole togliere dalla mente dei cittadini “la speranza”, allora sì bisogna proibire la pubblicità, ma anche vietare il gioco nel suo totale, considerando che anche un minimo accenno ad una eventuale e potenziale vincita scatena nell’essere umano, e non solo in quello che soffre di gioco problematico, la voglia di gioco.

Queste sono tutte cose che Agcom non può certo gestire, né spiegare, né incanalare su binari ben definiti: è impossibile. É un “fare” troppo complicato da concretizzare, ecco perché non si è riusciti a ben determinare l’applicazione di questo benedetto decreto. I nodi, purtroppo, verranno inevitabilmente al pettine: per la pubblicità si presenta un futuro ricolmo di nodi che complicheranno ulteriormente la vita già complessa delle attività di gioco, in qualsiasi suo segmento si guardi e si cerchi di metterlo in pratica. Forse, l’imposizione del divieto doveva avere solo canali ben definiti: facendo così, invece, l’Esecutivo ha voluto coprire “troppo spazio” ed in pratica non ha “quasi vietato nulla”, almeno questo in proporzione all’idea originaria. Di una regolazione della pubblicità c’era assolutamente bisogno poiché si era troppo bersagliati, particolarmente i giovani e giovanissimi, sui loro strumenti tecnologici sempre collegati in rete.

Quasi si sentiva la necessità che le promozioni (ma non solo quelle del gioco d’azzardo) terminassero una buona volta, come poteva essere giusto eliminare la pubblicità collegata agli ambienti sportivi, valutando che lo sport dovrebbe essere tenuto al di fuori dall’accostamento con il mondo del gioco d’azzardo che lo fa accomunare, forse troppo velocemente, ad una gestione “allegra” dei risultati delle partite. Si potevano fare cose diverse e meno “invasive” di un divieto totale: però, volendo, si potrebbe anche fare un passo indietro e ridimensionare l’intero provvedimento, magari tenendo conto di tutte le opposizioni ed osservazioni che provengono proprio dal mondo del gioco. Ma quando si parla di gioco pubblico, l’attuale Esecutivo “vede rosso”: non sente le eventuali esigenze e non si esprime per un suo futuro, tanto meno sull’eventuale riordino promesso più volte. L’Esecutivo vieta: questo è il percorso che ha scelto e gioco-forza il settore dovrà adeguarsi anche se non sembra che la strada da percorrere sia scorrevole né giusta.

Pubblicato il: 7 Agosto 2019 alle 10:00

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